Con “Ma che rumore fa”, Maila firma un brano che intreccia malinconia e contemporaneità, muovendosi tra melodie pop e atmosfere pop/trap dal taglio emotivo. È una canzone che scava in una sensazione precisa: la frustrazione di chi vorrebbe aiutare una persona amata a rimettere ordine nella propria vita, senza riuscire però a guarirne le ferite più profonde.
Il titolo diventa quasi una domanda sospesa: che suono fa il disagio che non si riesce a esprimere? Maila lo traduce in parole intime e dirette, sostenute da una produzione moderna che amplifica il contrasto tra vulnerabilità e determinazione. Il risultato è un equilibrio delicato tra dolcezza e tensione, tra desiderio di protezione e consapevolezza dei propri limiti.
Alle spalle, una formazione accademica al Conservatorio di Milano; davanti, la scelta di abbracciare un linguaggio più libero, capace di unire tecnica e istinto. “Ma che rumore fa” segna così una fase di maggiore maturità artistica, in cui la sperimentazione trova una direzione più definita.
In questa intervista, Maila racconta il passaggio dalla musica classica a un’estetica pop/trap emotional, le influenze che hanno modellato la sua vocalità e le sfide di una giovane artista che oggi deve costruire non solo un suono, ma un’identità completa. Al centro, però, resta sempre la musica — e la sua capacità di dare voce anche a ciò che non riusciamo a dire.
Vieni da una formazione al Conservatorio di Milano: quanto ha influito lo studio accademico sulla scrittura di questo singolo?
Non molto in realtà. In Conservatorio sono partita con un percorso classico, ma cerco un po’ di distaccarmi da quella “rigidità accademica” per lasciare scorrere più liberamente la penna, la voce e le emozioni in modo più “trasgressivo” e senza barriere.
Dalla musica classica al pop/trap emotional: cosa ti ha spinto verso questa evoluzione?
Ho sempre avuto il sogno di cantare ed essere artista pop/jazz ma al contempo la mia famiglia mi ha fatto subito approcciare alla musica classica fin da quando ero piccola attraverso il pianoforte e poi l’oboe.
Mi piacciono come strumenti ma sono sempre stata un’anima più ribelle e pop, e quando ho avuto l’occasione di incominciare il mio percorso d’artista con i miei brani è stato fantastico.
Le tue influenze spaziano da Aretha Franklin a Rose Villain: cosa hai preso da mondi così diversi?
Un po’ la vocalità, il modo di utilizzare la voce, il Groove e i sound e linguaggi più moderni.
Come si inserisce “Ma che rumore fa” nel tuo percorso di sperimentazione artistica?
“Ma che rumore fa” rappresenta una consapevolezza musicale crescente e matura, un focus più chiaro di ciò che voglio trasmettere.
“Ma che rumore fa” rappresenta una consapevolezza musicale crescente e matura, un focus più chiaro di ciò che voglio trasmettere.
Qual è oggi la tua più grande sfida come giovane artista?
Accettare che forse non bastano più solo la voce e le parole, ma che si ricerca nell’artista quasi un pacchetto completo a livello di immagine e personaggio, e non è sempre semplice fare combaciare il tutto, perché non è mai abbastanza. Ma la musica parla. E lo farà sempre.

